venerdì 20 agosto 2010

NIENTE

... come si vive quando manca tutto: antropologia della povertà estrema ... di Alberto Salza (2009, Editore Sperling & Kupfer, collana Saggi).
E' un libro delicato da raccontare, perché non saprei come farlo senza commettere almeno due tipi di errori gravissimi. Il primo, scadere nella retorica, perché nel libro di Salza di retorica non ce n'è e quando è presente è finalizzata alla diffusione del racconto per, diciamo così, 'i non addetti ai lavori' (cioé chi non ha conoscenze di antropologia). Il secondo, selezionare solo alcune parti, che potrebbero indurre il lettore a formarsi pre-giudizi sul testo prima ancora di leggerlo. Non posso permetterlo. Quindi questo libro va letto, perché ogni recensione non può che proporne una scarna riduzione.
E' un libro che racconta, letteralmente, del 'niente'. Il niente non come categoria antropologica, ma il niente reale, il niente inteso come  l'effettiva assenza di acqua, di cibo, di aria pulita, di un 'cesso', di una casa, di un lavoro, della salute, sino al limite della mancanza della vita stessa: morte, fine sofferente.
Il testo è piuttosto rigoroso (anche se in molti punti si lascia andare ad  una 'volgarizzazione' delle parole e dei concetti espressi, immagino al fine di ampliare e sensibilizzare un più vasto pubblico dei lettori o, comunque, di aumentarlo), scritto con tutta la forza fisica della parola 'o-scena', che cerca di mettere in scena ciò che non è descrivibile. Per farlo, talvolta l'autore, che ha vissuto ciò che ha scritto, non può che alleggerire l'oscenità con un po' di humour nero e di quel cinismo 'da caserma' con il quale si mette in risalto il niente assoluto di qualche centinaia di milioni di esseri umani.

Si parla di donne e di uomini che non vivono solo nei 'paesi in via di sviluppo', ma anche nei ricchi Stati Uniti o nell'Unione Europea. Questo perché le strutture operanti al fine di investire di 'niente' una parte della popolazione (che va per la maggiore...), prescindono dalla localizzazione geografica, che fornisce semmai il contesto di specializzazione del fenomeno, e si estendono, invece, in tutte le suture più deboli e soggette a cedimento delle società.
Nel testo l'autore non propone speranza, e sottolinea il limite del suo mestiere, l'antropologo ("Il mio lavoro non ha né onore né gloria. Lascia dietro di sé quella che in Vietnam si chiamava cripticamente SNAFU, Situation Normal All Fucked Up, cioè "Situazione normale, tutto a puttane", p. 335), e di tutte le categorie che cercano di inquadrare, per noi che abbiamo 'qualcosa', i termini di povertà e miseria. Anche solo per comunicarli, occorre infatti esprimerli con le sfumate parole delle lingue dei luoghi ove si espandono, siano essi in Africa, Sudamerica, Australia o, essendo l'autore torinese, negli slum nella periferia di Torino.
Credetemi quando dico che trovo difficile sintetizzare in qualche modo questo testo. Come si può sintetizzare ciò che elegge il 'niente' come oggetto di descrizione vissuta, avvicinato, in qualche modo 'assorbito' dall'autore?
Quel che posso fare è cercare di far trasudare, dal testo, alcuni elementi utili affinché esso venga letto: mi rendo conto che non ho altro di più da fare. Niente, tanto per riecheggiare il testo, ma già cascando nella retorica...
Così, il testo è suddiviso in una introduzione, in una (s)conclusione e in due parti centrali.

La prima parte centrale è quella che ci racconta come si misura la povertà,  ma come questa stessa misurazione non sia quella con cui le diverse genti individuano il fenomeno che, in questo caso, coincide con le loro vite. E' una parte molto importante per capire la difficoltà di avere a che fare con fenomeni 'al limite', quali la miseria e la povertà. Ma è soprattutto rilevante perché include una sezione in cui l'autore chiarisce "le trappole della povertà", cioé quei meccanismi a circolo vizioso che una volta innescati portano al 'niente' oggetto del testo. E che non si possono disinnescare. Unica possibilità: bé, non finirci dentro. Le "trappole della povertà" sono le autostrade per la miseria. Per citarne alcune, che l'autore esemplifica nel mondo reale, con storie vere, con relazioni documentate (tutto il testo, per ogni capitolo, per ogni affermazione, è documentato, circostanziato, preciso), con esperienze sue proprie, ecco che abbiamo:
-trappola dell'istruzione: i bambini al lavoro;
-trappola dei debiti e delle obbligazioni;
-trappola della sottonutrizione e della malattia;
-trappola della bassa professionalità;
-trappola della fertilità;
-trappola della sussistenza;
-trappola dell'erosione agricola;
-trappola dei beni comuni;
-trappola della criminalità;
-trappola della salute mentale.
La "trappola" è un meccanismo che inghiotte e letteramente finisce per seppellirti 'vivo'. I Paesi Sviluppati adottano "tecniche" per disinnescare tali trappole che però, non entrando viva-mente nella struttura di vita infernale delle stesse e nella ragione di essere (in fine dei conti razionale!) che le alimenta e le perpetua, in genere fanno molto più danno che bene.
Così gli slum, "ventre molle della bestia", si espandono a ritmi esponenziali, circondando ed infiltrandosi nelle città che sono artefatti pieni di punti deboli, perché il loro progetto non è in grado di integrare la devastazione della miseria, se non tamponando di volta in volta i focolai di distruzione che inceneriscono le periferie, soffocano le persone, intossicano le acque. Difficile essere capaci di inventarsi modalità per superare la catastrofe, dovuta anche all'aumento globale della popolazione.

La seconda parte ci racconta la teoria e la pratica del 'niente'.
Per farsi un'idea, basta scorrere i capitoli, introdotti da "Voci" reali (piccoli scorci di contesto) e poi espansi a cercare di descrivere e spiegare che cosa sta succedendo, tanto da noi, quanto nei paesi 'in via di sviluppo':
-Niente cibo;
-Niente acqua;
-Niente casa;
-"No toilet";
-Niente salute;
-Niente istruzione;
-Niente pace;
-Niente donne;
-Niente vecchi e bambini;
-Niente sicurezza;
-Niente diritti;
-Niente sviluppo;
-Niente patria;
-Niente storia;
-Niente sogni: docu-fiction.
La seconda parte, in sintesi, fornisce l'articolazione del 'niente', che però è un 'niente' concreto, tutto fatto di storie, di impasse, di vincoli, di lotta per la sopravvivenza, di errori, di tentativi di rimozione, di crudeltà, di abiezione, di criminalità, di prigionìa, di violenza, amoralità e molto altro ancora, tra cui, per paradosso, anche 'razionalità' diverse, che si scontrano e lasciano cadavederi sul campo o, peggio, corpi vivi degradati e violentati quotidianamente.

Infine, la terza parte: sconclusioni. E' una sezione ricca di spunti di riflessione, in quanto unisce il percorso esperito nelle due parti precedenti al fine di collocarlo sulla scia del futuro possibile (e inevitabile?) della povertà/miseria, futuro che vede la genesi dell'homo nihil, separato da mura le più diverse (cemento, lingua, territorio, socialità, ecc.) dall'homo sapiens. I poveri diventano soggetti di una speciazione, diventano mutanti, a causa delle condizioni di vita in cui sopravvivono e delle conseguenti strategie socio-biologiche che si trovano vincolati ad adottare. "Resilienza o morte", sostiene l'autore, dove la prima è da intendersi come "abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione" di quello esistente, pena il collasso.
Il testo a questo punto esemplifica le relazioni, in-compatibili, di-vergenti, eppure intimamente collegate, tra le modalità della crisi finanziaria globale, inerente l'uomo 'a credito' e le sue tattiche di sopravvivenza, e le modalità locali di resilienza dei poveri 'a debito' perenne in diversi contesti geografici, con una ricca esemplificazione che deriva da ricerche sul campo e da rapporti di diversi studiosi, da un lato, di persone nate e forzate alla vita, con tutte le strategie immaginabili, dall'altro.
A questo punto si è alla sintesi. Che non conclude, come non concludono le parole dei potenti del Pianeta, le strategie anti-povertà che diventano strategie anti-poveri, come non conclude la ricerca sociale, antropologica, medica e umanitaria. Siamo al punto in cui solo i miseri possono concludere, giorno dopo giorno, la loro storia di miseria e adattamento.

Attenzione che qui seguono due punti che ritengo essenziali per questa recensione.

UNO
Io ho raccontato come ho potuto quello che ho letto. Integro con quanto l'editore sinteticamente propone perché, forse, può innescare un po' di più lo stimolo alla lettura sul tema che, forse, non è tanta (se poi questo serva a qualcosa non lo so; credo però che conoscere sia sempre un valore aggiunto).

Riporto dalle note di copertina:
"Come si fa a capire la povertà del mondo di oggi? Basta pensare al sifone del gabinetto (quello all’occidentale, non il semplice buco nel terreno che va per la maggiore nel resto del pianeta): chi sta in alto respira aria pulita e guarda verso il cielo. Chi sta nella strettoia centrale si industria a galleggiare sulla schiuma. Ma chi sta sotto la curva del sifone, per quanti sforzi faccia, non ha modo di risalire.

In altre parole: i poveri sono sempre più poveri. E ciò accade tanto nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, quanto nelle nostre città. Dalla giungla al giardino di casa nostra, il mondo è disseminato di trappole che si chiamano assenza: di cibo, acqua, casa, patria, diritti, istruzione, salute.

Alberto Salza, antropologo irriverente e, in qualità di viaggiatore, grande narratore di storie, per quarant'anni ha vissuto pericolosamente a contatto con la miseria estrema, dalle periferie delle nostre città agli slum delle megalopoli di Africa e Asia. Ne ha ricavato un pugno di teorie e molti taccuini di aneddoti e incontri con personaggi impossibili da dimenticare. Il risultato è questo volume: fra scienza e racconto, humour nero e tragedia, un libro di antropologia che si legge come un reportage e si chiude con una domanda tanto paradossale quanto inquietante. Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? L'homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo anello dell'evoluzione umana?"

E dalla quarta di copertina:
"Il mondo è un laboratorio sporco, ma è tutto quello che ho. Sono un antropologo sul campo e un mercenario dello sviluppo. Mi muovo tra i derelitti, analizzo ecosistemi, mi nutro di carestie, cammino con i nomadi, incontro carovane di armi e guardo dall'altra parte, ho spesso fame, bevo acqua marcia, tocco malati e non dono medicine, faccio finta di essere povero, descrivo 'tribù' inventate da antropologi e politici. Se tutto va bene, non succede nulla, e nessuno si accorge del mio lavoro."

DUE
Credo che sia essenziale soffermarsi sullo stile e su alcuni contenuti presenti nel testo di Salza. Ritengo, infatti, che il libro in sé sia stato progettato per diffondere presso un ampio pubblico di lettori, grazie ad una campagna di esposizione piuttosto forte, un po' più di consapevolezza sull'eco-socio-sistema Uomo, inteso su scala planetaria e in termini più estesi di quanto non si faccia normalmente in altri testi di antropologia maggiormente 'tecnici'. Sotto questo punto di vista, rilevo un'ottica di "utilità della diffusione di conoscenza", non forse tanto per l'Editore, che è giustamente orientato al profitto, ma forse per l'autore e comunque, questo è ciò che conta, per il lettore. Ho tuttavia riflettuto con attenzione su una recensione, postata su aNobii, molto dura e critica, ma ben circostanzata e, ritengo, saggia,  di una lettrice (amante dell'antropologia e, in questo, 'ispirata' da una conferenza di Salza), dal titolo molto efficace: "scoprirsi piacioni a 65 anni". Credo che sia da leggere insieme a questa, perché un pensiero complesso, adatto al mondo di oggi, deve impegnarsi (e secondo me esiste un vero e proprio dovere in tal senso) a comprendere il maggiore numero di lati di un discorso che altri, come in questo caso la lettrice di antropologia 'Mariposaenuvole', hanno reso possibile evidenziare. E' importante perché amplia la possibilità critica del lettore generalista (ma non solo, dovrebbe valere anche per il lettore 'professionista', ammesso che esista...), che legge, per esempio per la prima volta, un racconto fondato su studi sulla povertà sotto il profilo antropologico, inserito in un testo di divulgazione. Il link al testo su aNobii è il seguente, poi potete scorrere le recensioni e trovare quella di "Mariposaenuvole":  http://www.anobii.com/books/Niente/9788820046620/017363ebea8b6cd008/