venerdì 20 agosto 2010

NIENTE

... come si vive quando manca tutto: antropologia della povertà estrema ... di Alberto Salza (2009, Editore Sperling & Kupfer, collana Saggi).
E' un libro delicato da raccontare, perché non saprei come farlo senza commettere almeno due tipi di errori gravissimi. Il primo, scadere nella retorica, perché nel libro di Salza di retorica non ce n'è e quando è presente è finalizzata alla diffusione del racconto per, diciamo così, 'i non addetti ai lavori' (cioé chi non ha conoscenze di antropologia). Il secondo, selezionare solo alcune parti, che potrebbero indurre il lettore a formarsi pre-giudizi sul testo prima ancora di leggerlo. Non posso permetterlo. Quindi questo libro va letto, perché ogni recensione non può che proporne una scarna riduzione.
E' un libro che racconta, letteralmente, del 'niente'. Il niente non come categoria antropologica, ma il niente reale, il niente inteso come  l'effettiva assenza di acqua, di cibo, di aria pulita, di un 'cesso', di una casa, di un lavoro, della salute, sino al limite della mancanza della vita stessa: morte, fine sofferente.
Il testo è piuttosto rigoroso (anche se in molti punti si lascia andare ad  una 'volgarizzazione' delle parole e dei concetti espressi, immagino al fine di ampliare e sensibilizzare un più vasto pubblico dei lettori o, comunque, di aumentarlo), scritto con tutta la forza fisica della parola 'o-scena', che cerca di mettere in scena ciò che non è descrivibile. Per farlo, talvolta l'autore, che ha vissuto ciò che ha scritto, non può che alleggerire l'oscenità con un po' di humour nero e di quel cinismo 'da caserma' con il quale si mette in risalto il niente assoluto di qualche centinaia di milioni di esseri umani.

Si parla di donne e di uomini che non vivono solo nei 'paesi in via di sviluppo', ma anche nei ricchi Stati Uniti o nell'Unione Europea. Questo perché le strutture operanti al fine di investire di 'niente' una parte della popolazione (che va per la maggiore...), prescindono dalla localizzazione geografica, che fornisce semmai il contesto di specializzazione del fenomeno, e si estendono, invece, in tutte le suture più deboli e soggette a cedimento delle società.
Nel testo l'autore non propone speranza, e sottolinea il limite del suo mestiere, l'antropologo ("Il mio lavoro non ha né onore né gloria. Lascia dietro di sé quella che in Vietnam si chiamava cripticamente SNAFU, Situation Normal All Fucked Up, cioè "Situazione normale, tutto a puttane", p. 335), e di tutte le categorie che cercano di inquadrare, per noi che abbiamo 'qualcosa', i termini di povertà e miseria. Anche solo per comunicarli, occorre infatti esprimerli con le sfumate parole delle lingue dei luoghi ove si espandono, siano essi in Africa, Sudamerica, Australia o, essendo l'autore torinese, negli slum nella periferia di Torino.
Credetemi quando dico che trovo difficile sintetizzare in qualche modo questo testo. Come si può sintetizzare ciò che elegge il 'niente' come oggetto di descrizione vissuta, avvicinato, in qualche modo 'assorbito' dall'autore?
Quel che posso fare è cercare di far trasudare, dal testo, alcuni elementi utili affinché esso venga letto: mi rendo conto che non ho altro di più da fare. Niente, tanto per riecheggiare il testo, ma già cascando nella retorica...
Così, il testo è suddiviso in una introduzione, in una (s)conclusione e in due parti centrali.

La prima parte centrale è quella che ci racconta come si misura la povertà,  ma come questa stessa misurazione non sia quella con cui le diverse genti individuano il fenomeno che, in questo caso, coincide con le loro vite. E' una parte molto importante per capire la difficoltà di avere a che fare con fenomeni 'al limite', quali la miseria e la povertà. Ma è soprattutto rilevante perché include una sezione in cui l'autore chiarisce "le trappole della povertà", cioé quei meccanismi a circolo vizioso che una volta innescati portano al 'niente' oggetto del testo. E che non si possono disinnescare. Unica possibilità: bé, non finirci dentro. Le "trappole della povertà" sono le autostrade per la miseria. Per citarne alcune, che l'autore esemplifica nel mondo reale, con storie vere, con relazioni documentate (tutto il testo, per ogni capitolo, per ogni affermazione, è documentato, circostanziato, preciso), con esperienze sue proprie, ecco che abbiamo:
-trappola dell'istruzione: i bambini al lavoro;
-trappola dei debiti e delle obbligazioni;
-trappola della sottonutrizione e della malattia;
-trappola della bassa professionalità;
-trappola della fertilità;
-trappola della sussistenza;
-trappola dell'erosione agricola;
-trappola dei beni comuni;
-trappola della criminalità;
-trappola della salute mentale.
La "trappola" è un meccanismo che inghiotte e letteramente finisce per seppellirti 'vivo'. I Paesi Sviluppati adottano "tecniche" per disinnescare tali trappole che però, non entrando viva-mente nella struttura di vita infernale delle stesse e nella ragione di essere (in fine dei conti razionale!) che le alimenta e le perpetua, in genere fanno molto più danno che bene.
Così gli slum, "ventre molle della bestia", si espandono a ritmi esponenziali, circondando ed infiltrandosi nelle città che sono artefatti pieni di punti deboli, perché il loro progetto non è in grado di integrare la devastazione della miseria, se non tamponando di volta in volta i focolai di distruzione che inceneriscono le periferie, soffocano le persone, intossicano le acque. Difficile essere capaci di inventarsi modalità per superare la catastrofe, dovuta anche all'aumento globale della popolazione.

La seconda parte ci racconta la teoria e la pratica del 'niente'.
Per farsi un'idea, basta scorrere i capitoli, introdotti da "Voci" reali (piccoli scorci di contesto) e poi espansi a cercare di descrivere e spiegare che cosa sta succedendo, tanto da noi, quanto nei paesi 'in via di sviluppo':
-Niente cibo;
-Niente acqua;
-Niente casa;
-"No toilet";
-Niente salute;
-Niente istruzione;
-Niente pace;
-Niente donne;
-Niente vecchi e bambini;
-Niente sicurezza;
-Niente diritti;
-Niente sviluppo;
-Niente patria;
-Niente storia;
-Niente sogni: docu-fiction.
La seconda parte, in sintesi, fornisce l'articolazione del 'niente', che però è un 'niente' concreto, tutto fatto di storie, di impasse, di vincoli, di lotta per la sopravvivenza, di errori, di tentativi di rimozione, di crudeltà, di abiezione, di criminalità, di prigionìa, di violenza, amoralità e molto altro ancora, tra cui, per paradosso, anche 'razionalità' diverse, che si scontrano e lasciano cadavederi sul campo o, peggio, corpi vivi degradati e violentati quotidianamente.

Infine, la terza parte: sconclusioni. E' una sezione ricca di spunti di riflessione, in quanto unisce il percorso esperito nelle due parti precedenti al fine di collocarlo sulla scia del futuro possibile (e inevitabile?) della povertà/miseria, futuro che vede la genesi dell'homo nihil, separato da mura le più diverse (cemento, lingua, territorio, socialità, ecc.) dall'homo sapiens. I poveri diventano soggetti di una speciazione, diventano mutanti, a causa delle condizioni di vita in cui sopravvivono e delle conseguenti strategie socio-biologiche che si trovano vincolati ad adottare. "Resilienza o morte", sostiene l'autore, dove la prima è da intendersi come "abilità del sistema e dei suoi attori umani di rinnovare, riorganizzare e mantenere un nuovo sistema, dopo la perturbazione di struttura e funzione" di quello esistente, pena il collasso.
Il testo a questo punto esemplifica le relazioni, in-compatibili, di-vergenti, eppure intimamente collegate, tra le modalità della crisi finanziaria globale, inerente l'uomo 'a credito' e le sue tattiche di sopravvivenza, e le modalità locali di resilienza dei poveri 'a debito' perenne in diversi contesti geografici, con una ricca esemplificazione che deriva da ricerche sul campo e da rapporti di diversi studiosi, da un lato, di persone nate e forzate alla vita, con tutte le strategie immaginabili, dall'altro.
A questo punto si è alla sintesi. Che non conclude, come non concludono le parole dei potenti del Pianeta, le strategie anti-povertà che diventano strategie anti-poveri, come non conclude la ricerca sociale, antropologica, medica e umanitaria. Siamo al punto in cui solo i miseri possono concludere, giorno dopo giorno, la loro storia di miseria e adattamento.

Attenzione che qui seguono due punti che ritengo essenziali per questa recensione.

UNO
Io ho raccontato come ho potuto quello che ho letto. Integro con quanto l'editore sinteticamente propone perché, forse, può innescare un po' di più lo stimolo alla lettura sul tema che, forse, non è tanta (se poi questo serva a qualcosa non lo so; credo però che conoscere sia sempre un valore aggiunto).

Riporto dalle note di copertina:
"Come si fa a capire la povertà del mondo di oggi? Basta pensare al sifone del gabinetto (quello all’occidentale, non il semplice buco nel terreno che va per la maggiore nel resto del pianeta): chi sta in alto respira aria pulita e guarda verso il cielo. Chi sta nella strettoia centrale si industria a galleggiare sulla schiuma. Ma chi sta sotto la curva del sifone, per quanti sforzi faccia, non ha modo di risalire.

In altre parole: i poveri sono sempre più poveri. E ciò accade tanto nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, quanto nelle nostre città. Dalla giungla al giardino di casa nostra, il mondo è disseminato di trappole che si chiamano assenza: di cibo, acqua, casa, patria, diritti, istruzione, salute.

Alberto Salza, antropologo irriverente e, in qualità di viaggiatore, grande narratore di storie, per quarant'anni ha vissuto pericolosamente a contatto con la miseria estrema, dalle periferie delle nostre città agli slum delle megalopoli di Africa e Asia. Ne ha ricavato un pugno di teorie e molti taccuini di aneddoti e incontri con personaggi impossibili da dimenticare. Il risultato è questo volume: fra scienza e racconto, humour nero e tragedia, un libro di antropologia che si legge come un reportage e si chiude con una domanda tanto paradossale quanto inquietante. Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? L'homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo anello dell'evoluzione umana?"

E dalla quarta di copertina:
"Il mondo è un laboratorio sporco, ma è tutto quello che ho. Sono un antropologo sul campo e un mercenario dello sviluppo. Mi muovo tra i derelitti, analizzo ecosistemi, mi nutro di carestie, cammino con i nomadi, incontro carovane di armi e guardo dall'altra parte, ho spesso fame, bevo acqua marcia, tocco malati e non dono medicine, faccio finta di essere povero, descrivo 'tribù' inventate da antropologi e politici. Se tutto va bene, non succede nulla, e nessuno si accorge del mio lavoro."

DUE
Credo che sia essenziale soffermarsi sullo stile e su alcuni contenuti presenti nel testo di Salza. Ritengo, infatti, che il libro in sé sia stato progettato per diffondere presso un ampio pubblico di lettori, grazie ad una campagna di esposizione piuttosto forte, un po' più di consapevolezza sull'eco-socio-sistema Uomo, inteso su scala planetaria e in termini più estesi di quanto non si faccia normalmente in altri testi di antropologia maggiormente 'tecnici'. Sotto questo punto di vista, rilevo un'ottica di "utilità della diffusione di conoscenza", non forse tanto per l'Editore, che è giustamente orientato al profitto, ma forse per l'autore e comunque, questo è ciò che conta, per il lettore. Ho tuttavia riflettuto con attenzione su una recensione, postata su aNobii, molto dura e critica, ma ben circostanzata e, ritengo, saggia,  di una lettrice (amante dell'antropologia e, in questo, 'ispirata' da una conferenza di Salza), dal titolo molto efficace: "scoprirsi piacioni a 65 anni". Credo che sia da leggere insieme a questa, perché un pensiero complesso, adatto al mondo di oggi, deve impegnarsi (e secondo me esiste un vero e proprio dovere in tal senso) a comprendere il maggiore numero di lati di un discorso che altri, come in questo caso la lettrice di antropologia 'Mariposaenuvole', hanno reso possibile evidenziare. E' importante perché amplia la possibilità critica del lettore generalista (ma non solo, dovrebbe valere anche per il lettore 'professionista', ammesso che esista...), che legge, per esempio per la prima volta, un racconto fondato su studi sulla povertà sotto il profilo antropologico, inserito in un testo di divulgazione. Il link al testo su aNobii è il seguente, poi potete scorrere le recensioni e trovare quella di "Mariposaenuvole":  http://www.anobii.com/books/Niente/9788820046620/017363ebea8b6cd008/

martedì 17 agosto 2010

LE FONDAZIONI

... nascita e gestione ... di Davide Guzzi.
Quello di Davide Guzzi è essenzialmente un manuale introduttivo al tema, in sé amplissimo, delle Fondazioni. E' un manuale sintetico per inquadrare in modo semplice le fondazioni negli istituti del nostro diritto e per individuarne le peculiarità (di fatto legate allo 'scopo' per cui una fondazione esiste).
Il manuale si suddivide in due sezioni:

1 - creare una fondazione
2 - gestire una fondazione
Nella prima parte, l'autore propone un breve excursus storico sull'origine  delle fondazioni, sul terzo settore in generale, sulle tipologie di istituti a quest'ultimo collegati, fornendo alcuni cenni al concetto di filantropia, all'ambiente in cui si sviluppa, per poi concentrarsi sugli atti pratici per costituire una fondazione.
Nella seconda parte ci si sofferma sugli strumenti che una fondazione può adottare per sopravvivere e raggiungere i propri scopi statutari. E' un manuale introduttivo, ripeto, pertanto si fanno cenni alle principali strategie gestionali, al ruolo del patrimonio e sua utilizzazione/conservazione, alle molteplici organizzazioni possibili per la fondazione, in rapporto ai diversi stakeholder o shareholders con cui si confronta. Una parte interessante, perché semplificata al massimo, è quella su contabilità e budget che, in chiave comparativa con le imprese for profit, specifica il senso dei differenti approcci contabili che nel tempo le organizzazioni not for profit, e tra queste le fondazioni, hanno assunto. Infine si introduce una sezione sul fund raising e sul marketing not for profit, che però prescinde dal contesto attuale dei nuovi media e della emergente società della conoscenza.
Di fatto, questo è l'ennesimo aggiornamento (sesta edizione) di un manuale che ha scopi operativi e pratici e che in nessun modo pretende di offire qualcosa di più delle essenziali nozioni giuridiche e fiscali, organizzative ed ambientali, necessarie per approcciarsi, in modo chiaro, al tema delle fondazioni. Peraltro alcuni spunti interessanti ed acuti sull'opportunità o meno di alcune scelte emergono nelle note a pié pagina.

Il testo si legge in mezza giornata, è lessicamente semplice anche nel trattare argomenti tipicamente espressi in gergo tecnico/burocratico (un pregio), è abbastanza aggiornato (anche se ci sono lacune qua e là dovute ad una non attenta rilettura di tutto il materiale).

Quel che non sopporto, non tollero e che mi esaspera di questo testo e di altri testi della stessa casa editrice (con cui ho una certa familiarità, avendone parecchi che mi sono serviti per contabilità, bilancio, principi contabili, partita doppia, economia aziendale, tanto per citare alcuni settori e non tutti), è l'immane numero di errori tipografici ed ortografici (per lo meno, in questo, non grammaticali, come invece in altri della stessa collana) disseminati per tutto il testo, specie nelle note. Ne ho contati più di 170 per 269 pagine, poi mi sono veramente stufato. Basterebbe una rilettura prima di mandare in stampa per evitare note disperse, periodi ripetuti (il cut&copy di Word!), parole monche, accenti sbagliati, e una accozzaglia di fastidiosissimi refusi editoriali.
Per chi come me, in testi sempre acquistati originali, ha investito ormai circa 20 anni di risorse, e per tutti i lettori cui, da parte dell'editore, si chiede il rispetto che in pratica consiste nel non fotocopiare, una MINIMA lettura prima di mandare in stampa i testi è il sine qua non per un rapporto fiduciario comune. Punto. 

N.B.: vero, potrei non acquistare altri testi da questo editore o fotocopiarli, ma non è questo il punto. Gli autori sono infatti competenti e ben spiegata è in genere la materia oggetto dei testi, il che dovrebbe stimolare l'editore a migliorare anche il, chiamiamolo così?, "dettaglio"...proverò a contattarli per segnalare la cosa.

domenica 15 agosto 2010

OLTRE L'ABISSO

...ogni errore di pensiero porta a errori di azione che possono aggravare i pericoli che si vogliono combattere... di Edgar Morin.
Questa raccolta di articoli che Morin ha scritto tra il 2001 e il 2007 ha per filo rosso l'intreccio di alcuni dei temi cari all'autore, contestualizzati, però, in riferimento ad accadimenti storici dell'epoca indicata.
Siamo dopo il crollo delle Torri Gemelle, nel mezzo della lotto contro il terrorismo internazionale, all'avvicinarsi della crisi economica che esploderà poco dopo la fine del 2007, nella melma di un mancato sviluppo per molti ex stati-nazione, con aumento di poverà fisica e culturale, e in assenza, sostiene Morin, di buone prospettive per il futuro.
Lo sguardo pessimistico è però rovesciato, come è tipico nell'attitudine al pensiero complesso dell'autore, nel suo opposto: dall'abisso trarre indicazioni concrete, non meri appelli filosofici, per guardare verso l'alto, cioé verso il futuro del sistema ecologico umano, oltre la barbarie, verso una società-mondo che consenta all'umanità tutta, insieme ed inseparabilmente, di sopravvivere, vivere ed umanizzarsi.
Ogni capitolo è un articolo a sé, dove Morin svolge la propria riflessione su un aspetto di osservazione della realtà che è, naturalmente, sempre messo in rete in una visione globale, la sola, crede Morin, in grado di non asservire la parcellizzazione dei saperi e degli esseri umani, garantendo invece una nuova ri-conciliazione con il tutto e con le diverse genti sul pianeta. Non una ri-conciliazione utopica, tutt'altro. Una ri-conciliazione concreta, fondata sull'azione politica, sull'istruzione, sui micro-comportamenti quotidiani, sul controllo dell'attività degli Stati, in forme riconducibili, di per sé, al punto centrale già più volte commentato scrivendo di Morin: il pensiero complesso come strumento operativo per una nuova 'politica di civiltà' o antropolitica.
Con questo termine, per dirla in pochissime parole, Morin intende il recupero di tutte le conquiste della società occidentale, attraverso una rielaborazione non solo quantitativa e schiava del progresso tecno-logico, ma qualitativa, aperta all'essere, agli esseri viventi, tutti invitati a godere dei diritti e delle opportunità che essa, nei secoli, ha potuto creare.
L'antropolitica nasce dove l'uomo Occidentale finisce. Nel senso che nasce dalla presa di consapevolezza dell'incertezza e dalla fallibilità intrinseca alla sequenza 'progressista' scienza-tecnica-economia-profitto, e della improbabilità della stessa radice 'progresso'. L'antropolitica include l'Oriente e tutti i continenti: non è Europo-centrica, Asio-centrica, Americo-centrica, e via dicendo, perché è planetaria; il proprio orizzonte è Gaia, Terra-Madre, lo spazio della fisica, della biologia e delle scienze sociali, trio che, lungi dall'essere solo la somma di strati distinti, costituisce un fenomeno emergente nuovo, che è l'eco-socio-sistema uomo. Da questo punto di vista, l'imperativo è collegare.

Scritto questo, il testo è una felice composizione di pensieri e riflessioni contestualizzate, in cui ruolo primario ha, tra le altre cose, la riforma dell'educazione e delle modalità di pensiero, che presuppone un abbandono della compartimentazione disciplinare (anche nella politica, nell'azione degli stessi governi, a partire dagli Stati Uniti, da Israele, dal contesto Arabo-Islamico, ...), nel nome di una com-prensione più sintetica, forse, ma sicuramente più sfaccettata ed efficace. La com-prensione (il "prendere in sé", anzi "con sé") dei problemi, la loro com-unicazione (il "metterli in comune," al di là delle diversità di lingue o culture), al fine di una loro, pur improbabile, ri-soluzione (una soluzione nuova, aperta, che ri-genera lo stato delle cose).

Credo che il capitolo più bello, più intenso, sia quello dal titolo "Realismo e utopia", in quanto in esso più chiaramente emerge la passione di Morin per quanto si sente in dovere di dire, di scrivere, di comunicare, per partecipare della sua natura propriamente umana, per contribuirvi. Il capitolo, in francese, si può trovare anche in "Diogène", n.209, 2005, Goux, Jean-Joseph, Presses Universitaires De France (Puf), Réalisme et utopie.

Per concludere, "dobbiamo cambiare strada, abbiamo bisogno di un nuovo inizio. La frase di Heidegger deve suonare come un appello: L'origine non è dietro di noi, è davanti a noi" (Vers l'abîme?, Le Monde, 1 gennaio 2003).

Ecco il contenuto del testo:
  
Prefazione all'edizione italiana di Bianca Spadolini
Verso l'abisso?
La crisi della modernità
Oltre i Lumi
La sfida della globalità
Emergenza della società-mondo
La cultura e la globalizzazione nel XXI secolo
Società-mondo contro terrore-mondo
Realismo e utopia
L'origine è davanti a noi
Verso l'abisso? (conclusione, molto attuale!)

sabato 14 agosto 2010

LA TESTA BEN FATTA

... riforma dell'insegnamento e riforma del pensiero ... di Edgar Morin.
 Il sottotitolo del testo di Morin, include tre parole chiave per interpretrarlo: 'riforma', 'insegnamento', 'pensiero'. E le coimplica: una riforma dell'insegnamento non può aversi senza una riforma del pensiero, e viceversa. Dunque ri-formare, formare 'di nuovo' e 'in modo nuovo' l'insegnamento e il pensiero, è la condizione necessaria per una "testa ben fatta". Ma che cosa significa "una testa ben fatta", definizione mutuata da Montaigne?
Sostiene Morin: "Cosa significa 'una testa ben piena' è chiaro: è una testa nella quale il sapere è accumulato, ammucchiato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso. Una 'testa ben fatta' significa che invece di accumulare
il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di:
- un'attitudine generale a porre e a trattare i problemi;
- principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso".
E' una spinta verso il pensiero complesso , che non de-finisce gli in-definibili confini di ogni sapere, in quanto non tutti i saperi sono conclusi in se stessi; ma un pensiero che consente di attraversare i saperi, di dipanare la matassa e la rete di nodi di cui è costituita la conoscenza ("cum-plexo", richiama le idee di nodo, maglia a rete, fili intrecciati o che si incrociano, insomma ciò che è tessuto insieme, ...).
Al centro è l'organizzazione del sapere che, da sapere cumulativo e sprofondato nell'erudizione, deve farsi sapere trasversale, multicentrico, contestulizzato, inter-disciplinare e multi-disciplinare, integrato, messa in relazione e in contesto delle informazioni. Per raggiungere questo fine, Morin individua tre sfide: culturale, sociologica, civica. A dire, brevissimamente, che bisogna ricucire il mondo della cultura, lacerato tra scientifica e umanistica; che informazione-conoscenza-pensiero devono retroagire incessantemente nei rapporti sociali; che il deficit di responsabilità cognitiva, dovuto alla parcellizzazione delle discipline, deve essere colmato dalla pienezza di una responsabilità civile verso la conoscenza, responsabilità che è alla base della democrazia cognitiva di cui Morin ha ragionato in diversi scritti.
Il testo di Morin riprende dunque concetti che l'autore ha elaborato in altre opere, interviste, convegni, ma riporta tali concetti in una forma molto sintetica e molto lineare. E' un testo piacevole da leggere, perché costruito su capitoli brevi, logicamente consequenziali ed espressi con un lessico comprensibile tanto ad un giovane discente, quanto ad un esperto docente.
Si può dire che in esso l'autore esprima un'utopia? Io dico di sì, ma nel senso di Morin, che  spesso considera l'utopia come il non-luogo che tutti muove e che si riempe delle ragioni di movimento di ognuno. Quella di Morin è una utopia attualizzata, inserita-nel-mondo, in quanto sì, ancora in-esistente, ma che, proprio per questo motivo, lavorando utopica-mente, può essere fatta e-mergere dal caos e dalla parcellizzazione del sapere, nel nome di una ritrovata missione del docente che, se co-involto nell'impresa, potrà con molta probabilità avvicinare 'utopia' ai luoghi esistenti di apprendimento: gli asili, le scuole, le università.
Non mi dilungo oltre: il testo è bello leggerselo.
Tuttavia cito quanto Morin scrive prima di iniziare il suo discorso: Questo libro si rivolge a tutti e a ciascuno, ma potrà aiutare in particolare gli insegnanti e gli studenti. Mi piacerebbe che questi ultimi, se vi avranno accesso e se l'insegnamento li annoia, li prostra, li opprime o li affligge, potessero utilizzare i miei capitoli per prendere in mano la loro educazione.
Piacerebbe anche a me.

Contenuti:

Indice
Prologo
Cap. 1. Le sfide
Cap. 2. La testa ben fatta
Cap. 3. La condizione umana
Cap. 4. Apprendere a vivere
Cap. 5. Affrontare l'incertezza
Cap. 6. Apprendere a diventare cittadini
Cap. 7. I tre gradi
Cap. 8. Riforma del pensiero
Appendice 1: Inter-poli-trans-disciplinarità
Appendice 2: La nozione di soggetto

giovedì 12 agosto 2010

EDUCARE GLI EDUCATORI

... una riforma del pensiero per la democrazia cognitiva... di Edgar Morin
(a cura di Antonella Martini, traduttrice Elvira Moncada).

La prima parte, "Il Futuro del Mondo", è una intervista, realizzata da Antonella Martini e Fabio Colapaoli nel dicembre 1997, che alterna la sequenza [domanda degli intervistatori] - [segmenti di risposta di Morin] - [esplicazione/commento dei/ai segmenti di risposta di Morin attraverso citazioni dall'opera dello stesso estratte da Antonella Martini] - [segmenti di risposta di Morin] - [nuova domanda degli intervistatori], e così via. Diventa una sorta di narrazione densissima di pensieri che Morin ha sviluppato per decenni. Dalla sentita necessità di superare l'inadeguata forma dello stato nazione, al considerare l'opportunità di un progressivo processo di decentramento decisionale; dalla critica verso le monocolture degli stati sottosviluppati, al sostegno ad alcune forme di de-penalizzazione per sconfiggere il narcotraffico, e via dicendo, l'intervista si trasforma in un blocco di appunti e di collegamenti per potere esercitare il proprio pensiero critico e confrontare la propria opinione con quella espressa da Morin e per seguire le linee di pensiero che sono state tracciate tanto dal pensatore francese, quanto da altri soggetti, i più diversi.
Decido di puntare su due idee, tra le tante proposte.
- Disseminare. Per Morin diviene il compito essenziale per evitare l'atrofizzarsi del pensiero critico; per Morin disseminare è fecondare su un terreno aperto alla complessità, non recintato nella iperspecializzazione dei saperi. E' un ritorno ad una visione sistemica, che consente una democrazia cognitiva, cioé una democratizzazione della conoscenza in grado di ricucire la frattura creatasi tra la (tecno)conoscenza iperspecializzata di pochi e quella a disposizione del cittadino, indispensabile per partecipare alla vita politica e ai processi decisionali che questa comporta.
- Prendere in considerazione la circolarità. Sostiene Morin (Morin, E., 1983, Il metodo. Ordine, disordine e organizzazione, Feltrinelli, Milano, p. 24): "Prendere in esame la circolarità significa [...] aprire la possibilità di un metodo che, facendo interagire i termini che si rinviano l'uno all'altro, diventerebbe produzione, attraverso questi processi e questi scambi, di una conoscenza complessa che comporti la propria riflessività". Circolarità che le Università, sostiene ancora Morin, fanno di tutto per spezzare. Ecco come questo avviene, a detta dell'Autore (op. cit. p. 16): "Ogni neofita che entra nella Ricerca si vede imporre la rinuncia fondamentale alla conoscenza. Lo si convince che l'epoca dei Pico della Mirandola è passata da tre secoli, che ormai è impossibile costituirsi una visione dell'uomo e del mondo insieme. Gli si dimostra che la crescita dell'informazione e la sempre maggiore eterogeneità del sapere superano ogni capacità di immagazzinamento e di trattazione da parte del cervello umano. Gli si assicura che non bisogna lamentarsene, ma felicitarsene. Dovrà quindi dedicare tutta la sua intelligenza ad accrescere quel sapere determinato. Lo si inserisce in una équipe specializzata, e in quest'espressione il termine sottolineato è 'specializzata', non 'équipe'. Ormai specialista, il ricercatore si vede offrire il possesso esclusivo di un frammento del rompicapo la cui visione globale deve sfuggire a tutti e ad ognuno. Eccolo diventato un vero ricercatore scientifico, che opera in funzione di questa idea motrice: il sapere viene prodotto non per essere articolato e pensato, ma per essere capitalizzato ed utilizzato in maniera anonima".

Altro ancora emerge dall'intervista: politica di civilizzazione, riforma del pensiero, fraternità, antropo-etica... tanti spunti che vengono poi rielaborati nella seconda parte del libretto, "Un nuovo pensiero per il terzo millennio". In essa Morin dispiega in modo argomentativo il pensiero che, in nuce, traluce dall'intervista.

La terza parte, "La complessità del pensiero complesso" è un ulteriore commento al pensiero di Morin da parte di Antonella Martini, che elabora alcuni punti centrali del 'lavoro in corso' proprio della ricerca di Morin. Il testo si concentra su una pietra miliare del lavoro del filosofo francese, e cioé individuare una "riforma del pensiero" per uscire dal XX secolo. Tale riforma non può prescindere, secondo Morin, dalla reintroduzione del complesso nel pensiero odierno, al di là di riduzionismi o chiusure disciplinari ed etiche.

La quarta parte, "La riforma del pensiero presuppone una riforma dell'essere", consiste nell'intervista con Edgar Morin tratta da Transversales Science/Culture del dicembre 2001. La riforma dell'essere è la costruzione individuale e collettiva di una nuova auto-critica, un auto-esame, che ha necessariamente bisogno del confronto con gli altri e che eviti che ogni donna e uomo si comporti come un pappagallo che ripete l'input recepito, senza filtri, senza lo sforzo e l'impegno del discernere. Ed è entro i limiti di questa riforma che prende senso ciò che Morin ha coniato come "vangelo della perdizione": "siamo su questa terra perduti nel cosmo; per ciò aiutiamoci l'un l'altro invece di farci guerra l'un l'altro. E' il contrario del vangelo che ci dice che saremmo salvati se siamo 'gentili con gli altri'. No, dobbiamo essere 'gentili' perché siamo 'perduti' [...] non possiamo astenerci da questo dovere di conoscenza."

La quinta parte, infine, "I sette saperi necessari all'educazione del futuro", rappresenta una sintesi della proposta che Morin ha ampliamente illustrato altrove (Morin, E., 2001, I sette sapere necessari all'educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano), per sviluppare la riforma del pensiero che potrà essere il fondamento della educazione futura. Qui mi piace ricordare uno dei sette saperi: Affrontare le incertezze. Secondo Morin, è questo un sapere essenziale: "Bisogna apprendere a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze" (op. cit., pag. 14).

Il testo conclude con una brevissima "Biografia di Edgar Morin" ed una "Bibliografia" essenziale delle sue opere.

Merita ricordare che alcuni dei temi di questo libretto sono anche ripresi ne "Il gioco della verità e dell'errore" e "Educare per l'era planetaria", recensiti nel blog.

Unica pecca, inammissibile, del testo edito dalla EDUP, è la quantità immensa di errori ortografici e di veri e propri errori grammaticali (siamo nell'ordine di parecchie decine per un centinaio di pagine di testo).
Immagino che questa mole di errori sia da attribuirsi ad una scadenza per le stampe che non ha concesso la minima revisione delle bozze e della traduzione. O, almeno, lo spero davvero.

mercoledì 11 agosto 2010

GIORNALISMO E NUOVI MEDIA

...L'Informazione al tempo del Citizen Journalism... di Sergio Maistrello.

Nel mondo in cui Internet si può intendere, sostiene Maistrello, quale "sistema operativo per le relazioni", e in cui l'informazione è vasta ed entropica, dove prevale la dis-intermediazione, ecco che nuova e maggiore professionalità è richiesta al 'giornalista', che  attua una metamorfosi e un continuo riposizionamento per far fronte a un'epoca che vede affacciarsi con affanno nuovi media in cui prevale il peer to peer, la velocità del twit, il ticchettio di milioni di tastiere che pre-tendono di raccontare i fatti. E che, di fatto, raccontano 'una' versione dei fatti, abbandonando spesso la verticalità e la profondità a tutto vantaggio dell'orizzontalità e della superficialità.
In questo mondo a nuove dimensioni, "in cui molte più informazioni sono disponibili a un numero maggiore di persone", Maistrello sostiene, "cresce la necessità di una figura indipendente che possieda strumenti tecnici e culturali per fare sintesi, per gettare ponti tra le specializzazioni, per comporre scenari. Un professionista consapevole di non avere più né l'esclusiva né le deleghe in bianco, che si accontenti spesso di arrivare in seconda battuta sui fatti a fronte di maggiore approfondimento e  che sia in grado di lavorare insieme ai tanti nuovi soggetti che affollano lo spazio pubblico delle idee e delle opinioni, a cominciare dai suoi stessi concittadini". L'impulso è tutto verso la proattività: "guarderemo soprattutto avanti [...] non sarà come prima, ma non sarà necessariamente peggio di prima".
Nel mondo del Do your best and link to the rest e dell'informazione liquida, il giornalista deve ri-definire il suo ruolo, penetrando nel flusso informativo e negoziando con i fruitori la propria reputazione e professionalità. Essere in grado di filtrare materiale ed indirizzarlo ai propri lettori è, per così dire, uno dei tanti 'sine qua non' della nuova professione del giornalista nei new media. Giornalista che da 'produttore' di notizie deve trasformarsi in 'processore' delle stesse, ossia in professionista specializzato nel processo comunicativo, più che nel prodotto, tipico, quest'ultimo, del mondo della carta stampata e, in particolare, dei media a 'scadenza', quali i giornali, le riviste, le testate radiofoniche o televisive quotidiane che, nel flusso di informazione, per loro caratteristiche intrinseche, devono 'tagliare' il flusso stesso in un certo tempo ed entro certi spazi. Il giornalista dei nuovi media non è un de-cisore dell'informazione. Semmai è più un orientatore, una affordance competente per il fruitore, un ri-mediatore della enorme massa di dati che invadono lo spazio temporale e mentale di chi usa i nuovi mezzi ad alta dissipazione informativa.
La ri-definizione del giornalista non è avulsa dal contesto in cui lavora: nuove architetture redazionali, nuovi rapporti di forza nel promoting della notizia, una nuova industria giornalistica, insomma, dal luogo reale e virtuale in cui il giornalista rimodella se stesso, impara giorno per giorno, in un processo di learning by doing fatto di passi avanti e di svolte, retrocessioni e impulsi improvvisi, emersione di nuove professionalità quali l'all platform journalist, il backpack journalist, il social media editor e altre figure ancora in grado di far sì che la notizia vada sul primo canale utile, imparando ad essere nodi reputazionali del/nel nuovo tessuto informativo.
Questo ed altro fanno sì che il mestiere del giornalista, rigenerandosi continuamente, diventi, pur forse in una situazione di maggiore difficoltà ed incertezza, un mestiere più accattivante, più coinvolgente, più pregnante di quanto (forse) non fosse in passato. Comunque un mestiere diverso. E che coinvolge e mette in gioco l'ambito privato e quello pubblico del new journalist, in una costellazione mediale che sincronizza entrambi, con la necessità di una solida auto-responsabilizzazione rispetto ai propri interventi multi-mediali.

Il testo di Maistrello è ricco di link a riflessioni in rete sul new journalism, e non mancano riferimenti a tesi discusse, tra gli altri, nei testi, qui recensiti, "Il grande inganno del WEB 2.0" di Fabio Metitieri, "You are not a gadget: a Manifesto" di Jaron Lanier, "Eretici digitali. La rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi con un tradimento e 10 tesi", di Massimo Russo e Vittorio Zambardino e a molti moltissimi altri essenziali per inquadrare l'argomento oggetto del testo sotto diverse, non sempre convergenti, prospettive.

La mole di riferimenti è assai vasta e le note a pié pagina facilitano il contatto diretto con la fonte; davvero utile l'informazione riportata in Appendice, ragionata, intermediata, selezionata, come segue:
-Risorse utili in Rete
-Centri accademici
-Esperti, divulgatori e ricercatori
-Progetti in ambito editoriale
-Punti di riferimento in Italia
-Le scuole riconosciute dall’Ordine dei giornalisti
-Bibliografia


L'indice completo in formato pdf è scaricabile dal sito di Apogeonline a questo link.

Per concludere, trovo utile riportare una breve intervista all'autore, estratta dal sito www.spaziocomunicazione.net di Danilo Ruocco (22 giugno 2010):





Per vedere meglio il video, puoi cliccarvi sopra e fruirne direttamente su YouTube.

domenica 8 agosto 2010

LA QUARTA RIVOLUZIONE

... Sei lezioni sul futuro del libro...
Quello di Gino Roncaglia è un tentativo di definire il "libro elettronico", attraversando le tantissime definizioni che di esso, diversi studiosi e professionisti del digitale e non, hanno dato.
Premessa una riconosciuta "perfezione ergonomica del libro sulla carta", libro che è un prodotto tecnologico, oltre che uno straordinaro oggetto culturale, la riflessione delle sei lezioni si snoda descrivendo e via via scoprendo le peculiarità che il testo/libro potrebbe o dovrebbe presentare nell'atto di radicale cambiamento del supporto che sta avvenendo (da questo, in parte, deriva il sottotitolo "La quarta rivoluzione").
Esiste una prima parte teorica, breve e concisa, sulle forme testuali e sulle distinzioni testualità/medium al cui incrocio si snoda l'evoluzione della scrittura e del libro. Seguono poi i capitoli che ci guidano sino ai media
dei nostri giorni, scritti in modo molto pragmatico, discorsivo, con molti esempi: insomma, stile "lezione".
Quello che qui mi pare interessante ricordare sono due punti del testo.

Il primo, in cui l'autore precisa una volta per tutte la, credo fondamentale, distinzione tra fruizione del testo lean forward, lean back, secondaria e in mobilità, perché la situazione di fruizione dell'informazione è il punto chiave per comprendere la possibile diffusione dell'e-book.
Così, fruizione:
1- lean forward:  quanto siamo 'letteralmente' protesi in avanti verso l'informazione, quando per esempio studiamo un libro alla scrivania, lo commentiamo, prendiamo appunti, visualizziamo pagine web su uno schermo di un pc o di un portatile, giochiamo ad un videogioco...insomma, uso attivo dell'informazione, elaborazione, modificazione.
2 - lean back: quando siamo rilassati, letteralmente 'appoggiati all'indietro', per esempio quando ci godiamo un romanzo sulla poltrona, o guardiamo un film, concentrati sì su quanto stiamo vedendo, ma senza una
elaborazione manuale o tattile dell'informazione. Insomma, si agisce e si interagisce con l'informazione, ma ad un livello, per dir così, solo mentale.
3 - secondaria: (o in background), quando fruiamo dell'informazione, ma senza una attenzione continuativa, un po' come in un salotto con altre persone e una tv accesa nel sottofondo, che ogni tanto cattura la nostra attenzione, magari al suono di un jingle pubblicitario.
4 - in mobilità:  quando ci muoviamo (a piedi, in auto, in treno, ecc.) e la nostra attenzione cosciente è solo in minima parte legata alle azioni richieste dalla mobilità (es. classico: cambiare marcia o prestare attenzione alla fermata del bus dove dobbiamo scendere), mentre di fatto siamo concentrati sull'Mp3 che ascoltiamo o sul libro che leggiamo in metropolitana o ancora sul radiogiornale trasmesso dall'autoradio. Sempre più la comunicazione in mobilità è pervasiva nel nuovo millennio.
A queste quattro dimensioni il testo di Roncaglia ricorre molte volte, essendo uno (non l'unico) dei fili rossi della argomentazione che si sviluppa nel definire l'e-book.

Il secondo concerne la quinta lezione: "Da Kant a Google: gestione dei diritti e dei contenuti digitali". E' un capitolo significativo, perché rielabora in maniera molto essenziale e chiara il tema complicatissimo del copyright, attualizzandolo con esempi paradigmatici, come il caso di Google Book Search e gli impatti nei diversi Paesi, distinguendo tra mondo statunitense e vecchio continente. Stimolante davvero, per la semplificazione senza perdita in precisione che viene resa nel testo.

Per il resto il libro di Roncaglia si propone come un testo per tutti, a prescindere che sia strutturato, come evidenzia l'autore, 'in lezioni'.
Per chi si avvicina per la prima volta ai temi dell'evoluzione del libro (anzi meglio, della scrittura, dei codici, poi dei libri...), è sicuramente un buon riferimento, aggiornato ad aprile 2010, scorrevole nella lettura, dotato di ottimi ausilii extratestuali di cui scrivo sotto.

Il libro... come si presenta!

Le note dei capitoli sono disposte in fondo al testo, il che è, per me almeno, alquanto irritante (in quanto si deve effettuare un continuo pasaggio dal testo al fondo-testo per connettere la nota al contesto). Il fatto è comunque giustificato: le note interne ai capitoli si riferiscono principalmente a materiale presente sul web, con indirizzi dunque molto lunghi e, probabilmente, fastidiosi se fossero inseriti a pié pagina. Da contrappunto a questa dificoltà 'logistica' è la ricchezza delle note, perché invitano il lettore a vedere e ricercare in rete gli oggetti descritti nel testo, le presentazioni, i memorandum, e i materiali che dispiegano, multimedialmente, quanto raccontato. Estremamente utili le decine di link a brevi video su YouTube sulle caratteristiche dei media e delle tecnologie descritte.

La Bibliografia e le Risorse di rete citate sono, anch'esse, ben strutturate: non un mero elenco (se non proprio nel riepilogo finale), ma un vero e proprio report sulle fonti, apprezzabile in quanto la materia oggetto del libro è fluida ed in continua evoluzione: dunque si distinguono risorse in rete sugli e-books, testi di riferimento essenziali e 'senza tempo', opere e lavori consultati.

Inoltre le immagini a colori e gli schemi sono utili e plastici, rendendo ragione della scelta della carta ad elevata grammatura (quasi cartoncino, molto 'pastosa') e dell'impatto cromatico così esasperato con il testo.

Ecco infine i contenuti, cioé le 6 'lezioni':

Introduzione
I. Il libro e il cucchiaio
II. Il libro magico del cancelliere Tusmann
III. Dalla carta allo schermo (e ritorno?)
IV. Problemi di forma
V. Da Kant a Google: gestione dei diritti e dei contenuti digitali
VI. Quali libri ci aspettano? - Conclusioni: falsi pretendenti e legittimi  eredi
Note
Bibliografia e risorse di rete
Fonti delle illustrazioni

giovedì 5 agosto 2010

AUTOPOIESI E COGNIZIONE (E UN PO' DI BUONA VOLONTA'...)

... La realizzazione del vivente... di Maturana Humberto e Varela Francisco, Editore Marsilio (ristampa 2008).
Intanto il libro dei due biologi, neuroscienziati, epistemiologi e filosofi cileni contiene due testi, anzi tre: l'Introduzione di Humberto Maturana, che è una vera e propria dichiarazione di intenti e responsabilità nei riguardi dei due saggi che seguono, e del nuovo approccio da questi individuato nell'ambito delle scienze biologiche; Biologia della Cognizione, edizione del 1970, che è un testo di biologia,che inizia ad introdurre le fondamenta del concetto che, nel saggio successivo, verrà battezzato 'autopoiesi', vero e proprio fulcro di tutti i testi; L'Organizzazione del vivente, edizione del 1973, qui introdotta da una perspicace prefazione di Stafford Beer, ma edizione che, sempre per Marsilio, si trova anche a se stante, con il titolo Macchine ed esseri viventi e con la illuminante prefazione di Alejandro Orellana, recensita altrove in questo blog.
Si tratta di testi difficili e la cui lettura richiede molta concentrazione, perché sono scritti con un linguaggio 'poietico', nel senso di Roman Jakobson, atto a definire con assoluto rigore il concetto, l'autopoiesi, relativo alla possibilità stessa del vivente.
Nell'introduzione al primo saggio, si pone subito il problema della conoscenza: essa, in quanto esperienza, è personale e, quindi, non può essere trasferita; ciò che si crede trasferibile, in realtà, è sempre un qualcosa creato dall'ascoltatore. "Così la cognizione, come funzione biologica, è tale che la risposta alla domanda 'Che cos'è la cognizione?' deve sorgere dal capire la conoscenza ed il conoscitore attraverso la capacità di conoscere di quest'ultimo". Detto questo, il testo procedere a chiarire che cos'è la
cognizione come funzione e come processo. Il testo non usa un lessico complesso, tutt'altro. E' la struttura del discorso che è complessa, ma non per questo inavvicinabile. Ci vuole pazienza. Così, nel primo saggio, tentanto di dirla con una frase, quel che Maturana dimostra è che le relazioni basiche del vivente si nutrono di 'organizzazione circolare' e 'auto-referenzialità', costituendo unità chiuse fondamentali, anche se in grado, entro certi limiti, di reagire alle pressioni ambientali mantenendo costante o ripristinando la propria organizzazione interna. E, cosa essenziale per procedere al secondo saggio, l'autore dimostra come in ogni dominio di cognizione il contenuto della cognizione è la cognizione stessa o, detto altrimenti, "tutto ciò che è detto è detto da un osservatore" e, con un richiamo a Wittgenstein , "quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere".
Nel secondo saggio ecco che emerge la definizione della realtà dell'autopoiesi, intesa come il criterio distintivo della vita, che si può tradurre nella capacità di mantenimento della sua stessa organizzazione. Qualunque sistema che abbia tale caratteristica può, a tutti gli effetti, essere detto vivente, qualora la produzione dei propri elementi di base sia in grado di (ri)produrre ricorsivamente gli elementi che li producono. Insomma, il sistema, per essere vivente, produce continuamente se stesso, anche sotto (un certo livello di) pressioni ambientali esterne o modificazioni interne (mutazioni, alterazioni chimiche, ecc.).
Il testo dispiega bene il concetto complesso, non complicato (una definizione di complesso si trova in questa recensione), che, dall'epistemologia alla psicologia, dalla gnoseologia all'etica, dalla biologia all'intelligenza artificiale, si è espanso attraversando le discipline degli ultimi quaranta anni.
Per concludere, così scriveva L'Indice (n.8, 1985) recensendo il testo nell'edizione dello stesso anno:
"Al centro sta la riscoperta della relazione, la ricerca di una sintesi che non sia la pura e semplice somma di competenze specialistiche, ma che includa la dinamica continua delle interazioni. Ciò significa che, all'interno di una relazione, cioè di un sistema con un'organizzazione propria, ogni proprietà misurabile della struttura si modifica continuamente attraverso una serie di adattamenti, così da cambiare anche in modo radicale, ma non scompare mai. In altri termini, la stessa cosa può diventare irriconoscibile se la si osserva di nuovo. Ciò sposta l'osservatore dal centro ad una semplice componente del sistema ed esclude che qualsiasi descrizione dei fenomeni sia obiettiva: essa appartiene sempre al dominio di descrizione di chi osserva ed ha senso solo in un contesto determinato".

Due note e una curiosità

Prima nota: le prefazioni sono a mio avviso essenziali non solo per comprendere il contesto in cui è nata l'opera ma, soprattutto, per potere intuire quanto radicale e gravida di conseguente questo sforzo teorico sia stato per diverse discipline (a partire dalla biologia dei sistemi viventi).

Seconda nota: la traduzione del secondo saggio (Biologia della Cognizione) di Alejandro Orellana, edizione 1972 (ISBN: 9788834010617) mi sembra molto più chiara, precisa e comprensibile della traduzione dall'inglese di Alessandra Stragapede, edizione 1985, riedita 2008 (ISBN: 9788831747783).

La curiosità: le prefazioni al testo sono a firma di Giorgio De Michelis, che risulta  docente di informatica all'Università Milano-Bicocca, anche se, andando sul sito dell'Editore Marsilio, alla sezione del testo in oggetto, la prefazione risulta a cura dell'ex-ministro e docente di chimica Gianni De Michelis.
Ora, va bene che il punto G segnala sempre dei problemi di identificazione, e così forse anche il G punto, ma addirittura scambiare nome nelle firme di un testo, o sul sito della casa editrice, bé, sarebbe meglio evitarlo.
P.S.: tanto per mitigare (non togliere) i dubbi, le prefazioni dovrebbero essere di Giorgio De Michelis, anche se un'ipotesi potrebbe basarsi sul fatto che De Michelis, il Gianni, abbia come nome pure il Giorgio. Mah. Lascio a voi risolvere l'arcano...:-)

LA COMUNICAZIONE

Progettato per gli studenti che si accingono a seguire corsi di scienze della comunicazione e per tutti coloro che, dell'ampio ambito della comunicazione, cercano una cornice di riferimento entro cui ordinare le diverse teorie e prassi emerse, con relativi pensatori, il manuale "La Comunicazione" di Mario Ricciardi  è una svolta tra i classici manuali di comunicazione.
Ricciardi, infatti, scrive per il lettore 'contemporaneo', che non è più il lettore di metà del secolo scorso: se studente indifferente, offre una distinta base per la comprensione generale delle basi delle scienze della comunicazione; se studente 'vero discente' offre, oltre ad una analisi concisa e molto chiara dei diversi "paradigmi" attraverso cui si è sviluppata la comunicazione, le parole dei protagonisti di questa scienza, attraverso lunghe e focalizzate citazioni tratte dalle opere più significative dei "maestri" citati, senza tralasciare i riferimenti ai loro contributi più ampi, garantiti da una breve biografia cui segue una bibliografia essenziale e molto focalizzata.
Il manuale è molto utile e decisamente efficace, grazie alla sua struttura:
- analisi dei paradigmi e dei cambiamenti profondi che muovono l'innovazione;
- analisi dei maestri, portatori del cambiamento;
- selezione accurata della bibliografia.
Quindi,  troviamo, sempre in perfetto ordine:
- una parte introduttiva alle grandi macroaree di indagine;
- entro ogni macroarea i settori più importanti per la comunicazione;
- entro ogni settore alcuni autori, con citazioni e bibliografia specifica.
Si tratta di ciò che ogni studente vorrebbe potere trovare in un manuale di riferimento dei primi anni: la nota di avvio e di riflessione di un eccellente docente della comunicazione e gli strumenti per proseguire da sé (vedi anche indice completo riportato sotto).
Ecco perché ho scritto che il testo è rivolto al lettore 'contemporaneo'. Ricciardi, con un che di nostalgico, ma anche con profondo realismo, si rende conto che il discente di oggi non è più (mediamente) colui che segue un percorso di ascesa al sapere, che cerca autonomamente il confronto con le fonti, che approfondisce oltre il testo. Per questo la struttura del testo è un po' come un sentiero tenuto molto bene, che segna percorsi chiari e stimolanti intersezioni, sollevando un poco il lettore contemporaneo dal suo onere di approfondimento.
E riporta così alla luce i nessi e le strutture che soggiaciono all'ampio ambito denominato "comunicazione", che rischia oggi, tanta è l'informazione che circola, di perdersi nei rivoli i più diversi, offuscando le proprie solide fondamenta. Di questo, infatti, l'autore parla nella premessa: “In questo volume – ci spiega nella premessa – intendiamo contrastare la diffusa convinzione che la comunicazione sia un sapere senza fondamenti, un campo ibrido in cui si mescolano casualmente interessi e discipline diversi. Noi pensiamo, al contrario, che sia un crocevia di culture e di ricerca scientifica e umanistica”.

Sono contento di un testo così ben progettato.

Ecco i contenuti:

Premessa

Parte prima
Comunicazione e civiltà

Oralità e scrittura
1. Dal passato al presente - 1.1. Dalla scrittura all’ipertesto - 2. Claude Lévi-Strauss - 2.1. La comunicazione è la struttura della società - 3. Eric Havelock - 3.1. La mente alfabetica - 4. Walter J. Ong - 4.1. La scrittura è una tecnologia - 4.2. La scrittura ristruttura il pensiero - 4.3. I media e la comunicazione umana - 5. Jack Goody - 5.1. Comunicazione e conoscenza - 5.2. Tecnologia della mente

Lingua e segni
1. Ferdinand de Saussure - 2. Formalismo - 2.1. Il Circolo linguistico di Praga - 2.2. Roman Jakobson - 3. Strutturalismo - 4. Semiotica-semiologia - 4.1. Narratologia - 4.2. Vladimir Propp - 4.3. Algirdas J. Greimas - 5. Roland Barthes - 5.1. Il mito è parola - 5.2. Il testo al plurale - 5.3. Linguistica e semiologia - 6. Umberto Eco - 6.1. «Opera aperta» - 6.2. «Fenomenologia di Mike Bongiorno»

Scienza dei media
1. Harold Adams Innis - 1.1. Monopolio e potere - 1.2. Tendenze e civiltà - 1.3. «Impero e comunicazioni»: un esempio di anti-storia totale - 2. Marshall McLuhan - 2.1. «La galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico» - 2.2. Lo stile: comunicare col lettore - 2.3. Media intelligenti - 2.4. Il medium è il messaggio - 2.5. Media caldi e media freddi - 2.6. «Il villaggio globale» - 2.7. McLuhan e il suo tempo

Parte seconda
I media nella società

Comunicazione e politica
1. Sovversione e legittimazione - 1.1. 1789: la festa rivoluzionaria - 1.2. 1848: parlare in pubblico - 1.3. La comunicazione politica come demagogia - 1.4. Magia e popolo - 1.5. Psicologia di massa - 2. Max Weber - 2.1. L’imprenditore capitalista - 2.2. Il potere carismatico - 2.3. Il grande demagogo - 2.4. Le professioni della politica

Comunicazioni di massa e società di massa
1. Come agiscono i mass media - 2. Walter Benjamin - 2.1. Tecnologia e medium - 2.2. La ricezione: tecnologia e fruizione - 2.3. Andare incontro al fruitore - 2.4. Teatro e cinema - 3. Theodor Wiesengrund Adorno - 3.1. Adorno contro Benjamin - 3.2. Feticcio e regressione - 3.3. Musica e film - 3.4. Industria culturale - 3.5. Autorità, autoritario - 4. La società del benessere - 4.1. Consumo ed esclusione - 4.2. Herbert Marcuse: il gran rifiuto - 4.3. Jürgen Habermas: agire comunicativo

Parte terza
Tecnologie, comunicazione e reti
Macchine per comunicare
1. Alan Turing - 1.1. La Macchina di Turing - 1.2. Il Test di Turing - 2. Norbert Wiener - 2.1. Le origini della cibernetica - 2.2. Feedback e messaggio - 2.3. Computer: la macchina speciale - 2.4. Informazione e comunicazione: Shannon e Wiener - 2.5. La cibernetica - 2.6. Macchine e umani - 2.7. Etica della responsabilità

Ipertesti e Internet

1. Vannevar Bush - 1.1. «As We May Think» - 1.2. L’utopia di Memex - 1.3. La società dell’informazione - 2. Douglas Engelbart - 2.1. La madre di tutte le presentazioni - 2.2. «Augmenting Human Intellect» - 2.3. Lavoratori della conoscenza - 2.4. Manipolazione, simboli e cooperazione - 3. Theodor Nelson - 3.1. Inventare l’ipertesto - 3.2. Xanadu - 3.3. Letteratura - 4. Tim Berners-Lee - 4.1. Il web - 4.2. La cultura del web - 4.3. Il web e la globalizzazione

Parte quarta
La società digitale

Digital media contro mass media
1. Dalla società di massa alla società digitale - 2. Libro a stampa, libro elettronico - 3. La vita sullo schermo: 1995, Sherry Turkle - 3.1. Lo schermo sostituisce il libro - 3.2. Finestre sullo schermo - 4. «Re-mediation»: 1999, Jay David Bolter - 4.1. La tradizione dei media («remediation») - 5. La logica del database: 2001, Lev Manovich - 5.1. Interfaccia culturale - 5.2. Interattività e creatività - 6. Cultura convergente: 2006, Henry Jenkins

Media e network
1. Media e modernità: John B. Thompson - 1.1. Il sistema dei media - 1.2. La natura dei media - 2. La società dei network: Manuel Castells - 2.1. La nascita della società dei network - 2.2. Informazionalismo - 2.3. Identità: Io-rete - 2.4. La grande mutazione - 3. Il mondo in rete - 3.1. Il cyberspazio - 3.2. L’età dell’accesso: Jeremy Rifkin - 3.3. Comunità virtuali: Howard Rheingold - 3.4. «Smart mobs» - 3.5. Hacker: Pekka Himanen

Bibliografia

domenica 1 agosto 2010

RECENCINEMA

Talvolta non esistono o non sono adottati permalink, così ho pensato di aggregare le mie recensioni di film in questo modo. Il sito di riferimento è sempre Cinemalia.