mercoledì 4 aprile 2012

GIOCHI DI POTERE

"Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un'autorità su come far pensare la gente" (Kane, Quarto Potere)
"Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!" (Howard Beale, Quinto Potere)
"Insomma: e se Internet rischiasse in qualche caso di trasformarsi in una specie di 'Sesto potere', ancora più potente del Quarto di Orson Welles e del Quinto di Sidney Lumet?" (Alessandro Gilioli, L'Espresso, 2007
Non sono certo del Quarto e del Quinto, ma sul Sesto Potere non ho dubbi: la sua potenza è proporzionale alla dose di realismo con cui viene espresso dalla gente. Perché ci vuole la gente, quella reale, che si attivi ed eserciti nel mondo reale i clic del Sesto Potere. Altrimenti si riduce ad un abito, che mal si adatta alla realtà su cui si vuole, con le parole, incidere. Ammesso poi che le parole possano emendare porzioni del reale. Limitiamoci a constatare che quelle 'scomode' sono parole che producono reazioni nel reale. Producono l'agire delle persone vere. Perché tendenzialmente si avvicinano a pro-porre una verità che, ancora adesso, a parte per qualche nichilista post-moderno, induce a ragionare sul vero e sul falso di quanto detto o scritto, a porre dubbi e domande, a cercare una articolazione che verifichi o falsifichi la proposizione scritta. Certo, non ogni proposizione scritta. Solo quella che in sé tocca 'code di paglia' reali. Le quali, tendenzialmente, il Potere -diciamo quello semanticamente più tendente al 'Quarto'- deve circoscrivere o, ancora meglio, sopprimere, tacitare, rendere silenti. S-mentire mentendo.
Epperò. Ci sta un però. Anzi tre 'però'. Il Potere, infatti, non consiste (solo) nel far pensare in un certo modo la gente. Neanche nel far passare qualcuno "pazzo profeta dell'etere (del 'wifi', della 'cloud'...)", al fine di relegare le parole della realtà nel mondo lontano e confuso della follia, cioè di un testo senza-senso o di un senso in- e im-proprio per il Potere. E non è neppure "persuasione occulta e manipolazione dei cervelli", sibilo di Internet nelle orecchie del Mondo.
Il Potere, che si attiva solo quando la parola si avvicina ad una realtà pensata e temuta, in quanto reale, è piuttosto un sinonimo di quello che un tempo (forse ancora oggi, ma con meno pregnanza) è stato il peccato capitale per eccellenza: la Superbia. La Superbia, quella che è "originata comunemente dalla presenza di due personalità critiche: apparenza e violenza, esagerata stima di sé e dei propri meriti (reali o presunti), manifestata con un continuo senso di superiorità verso gli altri" (cito da Albanesi.it). Senso di superiorità che si deve esercitare quale imperativo morale del superbo, apparente affermazione di un'etica del dovere dei singoli inferiori nei confronti di enti(tà) superiori, cui tutto, o gran parte, è dovuto.


Da qui non occorre molto per capire che al Potere, che si è immedesimato con la Superbia, arrogandosi il diritto assoluto di dire, di fare parola, di registrare violazioni, supposte tali, del reale inferiore, anch'esso pre-supposto oggetto di s-mentimento, l'unica vera parola e azione che si deve opporre, nell'agire individuale, è il Coraggio.

Bel discorso. Peccato che:


"Come dice Don Abbondio, 
se uno il coraggio non ce l’ha, 
non se lo può dare".