giovedì 17 maggio 2012

IL VENTO DEGLI ANNI OTTANTA

(ovvero la notte, l’amore, la vita, il sesso, l’energia, le donne e gli uomini)

... correva il settembre 2001, e così scrivevo...

La musica degli anni ’80 è l’alito della notte, quando ci si può sentire (feeling), quando ci si può toccare, quando si può fare l’amore, giocare con il sesso. Sentirsi vivi nella notte è questo, in quegli anni di boom e di spensieratezza, di luci psichedeliche, artificiali arcobaleni risorti da una depressione lontana.
Si è forti (strong), nella notte, dentro occhi pieni di desiderio e mani e carezze ricche dell’emozione tattile e sensuale di quegli anni. Si sopravvive (to survive) ad ogni incertezza, perché di incertezze, di fatto, non ce ne sono. La vita è energia. L’incontro dei sensi (e nei sensi) è la via. Gli uomini e le donne danzano un fandango lontano da quello infernale dei tempi passati. Il desiderio scivola libero, perché desiderare è libertà, in un’epoca che sta debellando i vecchi tabù, sconfitti dal loro stesso peso.
Il corpo e la danza dei corpi sono i nuovi (in realtà assai vecchi) riti di ingresso nella società del benessere: emozioni fuori controllo sono la regola, non la violazione di regole. Il mondo elettrico è fusione, sintesi tattile di ogni senso, miscela di gusto e di alcol, di nudità e sudore, di provocazione e ritrosie accattivanti. Toccare (to touch) è il verbo che compare più spesso nelle discoteche dell’epoca felice. Il con-tatto, il tatto-assieme, apre le porte ad una nuova consapevolezza, che non esito a definire comunitaria. È la comunità del ritorno ad una adolescenza mai perduta e che non si vuole perdere o, meglio, del movimento di ritorno di chi non vuole più essere-diventare adulto. La vita è adesso. La vita è ora. Che cos’è la vita? La vita è la vita (life is life!).
Siamo ragazzi selvaggi (wild boys) in un mondo ipertecnologico. Creiamo nuove tribù, unite nel suono e nei corpi. Ci controlliamo da soli (self-control): gli adulti non ci giudichino! Ma gli adulti, negli anni ’80, non giudicano per nulla. Tentano semmai, come possono, di vivere quello che i loro figli stanno vivendo: il cielo sereno prima di  una (non prevista) tempesta. Lontani ancora gli ripercussioni degli anni '90, della riflessione, delle eredità perdute, del crollo degli imperi. Inimmaginabili gli anni  '10 del Millennio a venire.
Per ora, non perdere la notte è l’unica via per un senso. La vita e la notte si uniscono in un amplesso che sembra naturalmente, secondo natura, inscindibile. Dolci sogni di libertà (ma che cos’è la libertà?) troneggiano nelle voci e nei mixer elettronici. Una nuova potenza (power, self-power) rinvigorisce gli animi, ancora un poco dispersi e fusi tra acidi e sostanze psicotrope. Tutti possono provare l’esperienza di essere i sacerdoti della nuova epoca, tutti sono in cerca di qualcosa, o di qualcuno (everybody is looking for something!). La tolleranza sembra il codice, ma è tolleranza solo all’interno della tribù-discoteca, mentre, là fuori, blocchi contrapposti scatenano sempre più tiepide battaglie, per poi non lottare più.
Maestosità di archi elettronici, di laser sprizzanti fasci ibridi da plance alla Star Trek, flash ritmanti la vista ed il movimento, bassi da far sussultare stomaco e cervello fanno da sfondo e da primo piano per il living together di quella generazione, che mai sarà sentita così lontana, ed al contempo mai così invidiata, come dai giovani del Duemila. It’s the final countdown: ed è, purtroppo, maledettamente vero. Il conto alla rovescia verso i problemi e le incertezze di fine Millennio sta terminando. E gli anni ’80, nel frattempo, brindano ai suoni ed alle luci futuristicheggianti distribuite dalle multinazionali globali.
Globale è lontano. Disco è vicino, almeno in Europa. La notte è per tutti. All the night is my world, in the day nothing matters, in the night no control, in the night all world is free…Doveva essere così, dovevano sentirsi così, dopo un passato alquanto bizzarro e strano. La ricchezza c’era e, dove non c’era, si doveva simularla. La notte rendeva tutto più semplice…
Altra icona di riferimento per gli spasimanti dell’epoca, quella moonlight shadow, sotto la quale e per la quale si consumavano le prime notti di amore, le prime esperienze pienamente adolescenziali,  quando si svelavano, e sempre più presto, i segreti del sesso, non ancora inquinato e sottoposto al terrorismo dell’AIDS, ebbene, proprio quella luce lunare si andava affievolendo sempre di più, al volgere degli anni ’90.
Da da da da da, da da da da, Life! Intorno al fuoco, in montagna e sulle spiagge, sotto le coperte in un rifugio sperduto, o nei sacco a pelo di fortuna delle spiagge dell’Adriatico (per l’Italia), ovunque la disco creasse comunità, ebbene, lì si inneggiava alla vita, intesa come esplosione di momenti, come vita vissuta, come attimi da carpire con le unghie alla festosa realtà intorno (che già tremasse nell’aria lo spettro di quel che sarebbe venuto dopo?).
Gli anni ottanta stavano creando il mito di se stessi. Mai si era vista una simile autocelebrazione prodotta e consolidata da musica e spettacolo. Vamos a la playa, come dire: siamo di quest’epoca, e lo saremo per sempre. Nessuno avrebbe allora mai potuto prevedere che anche il fortunato Drive in sarebbe scomparso. Gli anni Ottanta ci hanno creato, niente ci trasformerà in qualcosa di diverso. Non fu così.

E ora? Che cosa significano gli anni Ottanta, per noi, adesso?
Risponderò per me. Per me significano un vuoto, una lacuna, una carenza di corpo, sensuale, pressante, inebriante. You can touch me now, this is the night, I wanna feel your body: sono formule magiche in cui non crediamo più. Quando l’individuo e le sue cose si sono fatti dei, bé, anche il calore di quella musica e di quelle notti si è trasformato, come direbbe qualcuno, in “calore di fiamma lontana”. Se c’eri, dovevi viverla quell’epoca. Non si sarebbe ripetuta, non avresti potuto riviverla. Io non c’ero, e l’ho perduta. Ecco il vuoto, la mancanza del ritmo dell’istante, dell’immediato, del non-mediato da tutte le istituzioni che ci ronzano intorno. Mi sono perso parte dell’immediatezza del rapporto con l’altro. Tutto, negli anni ’80, era medium, questo è innegabile. Ma il medium è ciò che, per definizione, sta in mezzo. Si doveva attraversarlo, forse non schivarlo, anche se il costo poteva essere alto. Ora è passato. Il passato non torna, tanto più un passato come quello degli anni ’80, e cioè un passato che doveva rimanere sempre un eterno presente. Ci siamo persi qualcosa. 
Del resto era inevitabile: dopotutto, Life is Life!

P.S.: Mi chiedo spesso perché scrivo.
- Perché scrivo?
L’ho chiesto ad uno che, gli anni ’80, li deve aver vissuti. Ecco la sua risposta:
- Perché…perché “These are the  things I can’t do it without”…